B.B. King: il re del blues che ha insegnato alla chitarra a “cantare”
Specie per i chitarristi, non ci sarebbe bisogno di presentazioni: BB King è stato inequivocabilmente e semplicemente il re del blues.
Dai 15 Grammy Awards, alle infinite collaborazioni, alla sua chitarra “Lucille” , passando per il ruolo avuto nella comunità dei musicisti black.
Ma visto che non tutti conoscono alcuni dettagli biografici, storici, culturali, di strumentazione, andiamo con questo articolo a ricostruire un ritratto completo di questo gigante, in senso fisico ma anche in termini di statura musicale.
E soprattutto di eredità che ci ha lasciato.
Ecco i punti principali:
-
- Biografia e formazione: dalle piantagioni del Mississippi all’ossessione per la musica
- Pioniere del “crossover”: il blues nero spopola tra i bianchi
- Suono, tecnica, tocco, la “voce” della chitarra
- “Lucille”: dall’incendio di Twist alla chitarra-icona (modelli, varianti, diffusione)
- Strumentazione (e come è cambiata)
- Collaborazioni chiave (e perché contano)
- Dischi fondamentali (ascolto guidato)
- “Perché Live at the Regal è un corso accelerato di blues”
- Premi e onorificenze
- Eredità: cosa resta oggi del suo linguaggio
Biografia e formazione: dalle piantagioni del Mississippi all’ossessione per la musica

Riley B. King nasce il 16 settembre 1925 in una piccola capanna di legno sulle rive di Bear Creek, vicino a Itta Bena, nel cuore del Delta del Mississippi. I genitori, Albert e Nora Ella King, sono contadini in affitto che lavorano per pochi dollari a settimana. Quando ha appena quattro anni, la madre se ne va e il padre resta lontano: Riley viene cresciuto dalla nonna materna, in un Sud ancora profondamente segnato dalla povertà e dalla segregazione razziale.
Fin da bambino vive immerso nella musica delle chiese battiste: i canti gospel e la coralità del culto diventano il suo primo linguaggio emotivo. Canta nel coro, è lì che si forma la sua idea di espressione: la musica come risposta alla fatica e alla solitudine.
Da adolescente, dopo la morte della madre, lascia la scuola per lavorare nei campi di cotone. Durante le pause prende in mano una chitarra economica e prova a imitare ciò che sente dai dischi e dalle radio locali. Inizia a suonare per strada, davanti ai negozi o ai mercati, raccogliendo qualche moneta: è così che sviluppa il controllo sul volume della voce, sul ritmo, sull’attenzione del pubblico.
Negli anni ’40 viaggia tra i piccoli centri del Mississippi, osserva e assorbe. Studia i grandi del blues rurale – Blind Lemon Jefferson, Lonnie Johnson – ma ascolta anche il jazz elettrico di Charlie Christian, che lo affascina per la precisione e la chiarezza delle frasi. Nasce così il suo stile ibrido, sospeso tra blues e swing, tra malinconia e eleganza.
Nel 1947 decide di lasciare tutto e parte per Memphis, la città che attira musicisti da tutto il Sud. Arriva con pochi soldi, ma con una determinazione feroce: suona nei locali di Beale Street, frequenta gli studi di registrazione e riesce a ottenere un piccolo spazio in radio. Conduce un programma su WDIA, emittente simbolo della comunità afroamericana, e si presenta al pubblico come “Beale Street Blues Boy”, poi abbreviato in B.B. King. È qui che la leggenda comincia a prendere forma: un ragazzo del Delta che trasforma la propria voce e la propria chitarra in un’unica, inconfondibile identità musicale.
Pioniere del “crossover”: il blues nero si fa largo tra i bianchi
Nel primo decennio della sua carriera, B.B. King ottiene il suo primo grande successo con la registrazione di “3 O’Clock Blues” per l’etichetta RPM, che entra nelle classifiche R&B e arriva a passare settimane al vertice. Questo brano – lento, intenso, perfetto equilibrio tra voce e chitarra – catalizza l’attenzione nazionale su un artista che prima era conosciuto solo nel circuito locale di Memphis e del Sud rurale-.
A partire dal successo discografico, King comincia a calcare teatri più grandi e sale progressivamente — ma la sua base resta il circuito dei locali neri, il cosiddetto Chitlin’ Circuit: in quegli anni spesso l’unico palcoscenico accessibile per musicisti neri.
Il 1956, è un anno chiave: tenendo ben 342 concerti, apre la strada a una nuova visibilità collettiva per i musicisti neri, mostrando che è possibile costruire una carriera dignitosa nel live anche in un paese con forti discriminazioni razziali.
Grazie anche al successo dal vivo, King può accedere a teatri storicamente riservati agli artisti bianchi e, in tempi più avanzati, aprire per act rock/pop, contribuendo a rompere barriere e mettere in luce l’eredità musicale afroamericana al grande pubblico.
Questo moto di trasformazione troverà ulteriore vigore anche durante i ‘60 grazie alla spopolare della British Invasion: Beatles, Stones, ma più in particolare John Mayall and The Bluesbrakers e Cream (Clapton, in pratica!).
C’è quindi questo rimpallo tra USA e UK: i musicisti britannici si lasciano ispirare dal blues d’oltreoceano, e ottengono enorme successo negli stati uniti, dando ulteriore forza e credibilità al blues originario nero, aprendo nuove porte, completando quell’idea di crossover, di bues come linguaggio che può unire il mondo dei bianchi e dei neri.
Suono, tecnica, tocco, la “voce” della chitarra
B.B. King porta nella chitarra elettrica un soloing sofisticato, fondato su bending e vibrato inconfondibili, con un uso dell’economia (pochi note, massima intenzione) e del registro maggiore/minore tipico del blues urbano di T-Bone Walker filtrato da un orecchio jazz.
Per capire quanto il linguaggio della chitarra rock ancora oggi si basi sul contributo del nostro, dobbiamo pensare alla tecnica del bending: assieme all’altro “re” Albert King, BB mette le basi per conferire espressività, far letteralmente cantare la chitarra. Precedentemente, il linguaggio solista, di matrice jazzistica, era tendenzialmente “piatto” da questo punto di vista, con un moderato uso del vibrato ma la quasi totale assenza di bending.
Se la pensiamo in questi termini, si può scorgere chiaramente il filo invisibile che collega BB KIng, Chuck Berry e poi tutti i grandi chitarristi degli anni ‘60, ‘70 e ‘80: da lui in avanti il bending diventa il cuore, la tecnica distintiva della chitarra elettrica. Ti sembra poco?
“Lucille”: dall’incendio di Twist alla chitarra-icona (modelli, varianti, diffusione)

Parlando delle chitarre di BB, dobbiamo fare un chiarimento importante: molti credono che la “Lucille” sia una chitarra, un esemplare particolare, ma non è esattamente così, andiamo a scoprire come andarono le cose.
La leggenda nasce nell’inverno del 1949: durante un ballo a Twist, Arkansas, scoppia un incendio; King rientra per recuperare la sua economica Gibson e il giorno dopo scopre che la rissa era per una donna chiamata Lucille. Da allora battezza così tutte le sue chitarre…
Negli anni ’50–’70 il suo “suono-firma” si consolida su semi-hollow Gibson di fascia alta (ES-345/355): linee di singole note, vibrato intenso e controllo del feedback. Proprio per ridurre il feedback, quando Gibson introduce il modello dedicato nel 1980 — inizialmente B.B. King Standard/Custom — King chiede il top senza fori a “f”. Nasce così la Gibson B.B. King Lucille, basata sulla piattaforma ES-355/ES-345 con Varitone, circuitazione stereo/mono sulle prime serie, TP-6 fine-tuning tailpiece, hardware dorato e scritta “Lucille” sulla paletta (al posto del tipico split-diamond). Dal 1986 la linea prende ufficialmente il nome “Lucille”.
Accanto al modello “full size”, Gibson lancia a fine anni ’90 la Little Lucille (derivata Blueshawk, 1999–2004) e varie edizioni speciali (es. 80th Birthday Lucille, 2005). Nel 2000 lo stabilimento Gibson Memphis assume gran parte della produzione Lucille; nel 2022 la Custom Shop rilancia con la Lucille Legacy (trasparente ebano), confermando i tratti storici: niente f-holes, Varitone, TP-6 e finiture premium.
Per la vendita su larga scala, la sussidiaria Epiphone propone la Epiphone B.B. King Lucille: stessa estetica generale, Varitone e ponte TP-6, componentistica più accessibile e produzione estera — la via principale con cui “Lucille” entra nelle mani di migliaia di chitarristi nel mondo.
In sintesi: la Lucille “storica” è prima di tutto un nome che B.B. appone a molte chitarre; la signature Gibson (dal 1980) ne cristallizza l’idea tecnica (semi-hollow senza f-holes, Varitone, TP-6, look nero/oro), mentre Epiphone trasforma quel progetto in diffusione di massa. Questa combinazione — mito narrativo + soluzione tecnica anti-feedback — spiega perché “Lucille” diventa una delle signature più riconoscibili e longeve della storia della chitarra elettrica.
Come vedi quindi la vicenda di Lucille non è simile alla Red Special di Brian May o alla Black Strat di David Gilmour: è più un’idea, un nome affettivo dato da BB alle sue chitarre e poi tradotto da Gibson a livello commerciale.
Strumentazione (e come è cambiata)
Vediamo gli elementi fondamentali della strumentazione e di come è cambiata nella lunghissima carriera.
Chitarre – Dalle archtop dei primi anni alle Gibson ES-3×5; dagli ’80 in poi la Gibson B.B. King Lucille (derivata ES-355) con top senza “f-holes” per ridurre il feedback e Varitone per i tagli timbrici.
Amplificatori – Dalla tradizione Fender Twin Reverb ai solid-state Lab Series L5 (Norlin/Gibson+Moog): pulito con grande headroom, medi scolpiti, compressore/limiter on-board; B.B. ne fu endorser storico.
Approccio timbrico – Suono molto clean, quasi nessun pedale; il carattere viene da mano sinistra (intonazione dei bending e vibrato) più che dalla saturazione.
Tip pratico per i chitarristi: pickup al manico su una semi-hollow, toni leggermente chiusi; su un combo clean: bass 5, mids 6-7, treble 4-5, un filo di riverbero. Teniamo conto che indicazioni del genere vanno sempre interpretate, adattate e “tradotte” sulla nostra strumentazione.
Collaborazioni chiave (e perché contano)

Le collaborazioni sono state un elemento chiave nella carriera di BB King, e hanno permesso di affermarsi sempre di più e raggiungere frange di un pubblico sempre più vasto, generalista o di generi non così vicini al suo.
Vediamo le più significative.
U2 – “When Love Comes to Town” (1989): registrata ai Sun Studio di Memphis; #1 in Irlanda, rilancia B.B. presso il pubblico rock globale nel pieno di Rattle and Hum.
Eric Clapton – Riding with the King (2000): Grammy al Best Traditional Blues Album e 2× Platino RIAA (USA); conversazione tra generazioni che codifica il suo “late style”.
Bobby “Blue” Bland: amicizia e sodalizio dai tempi dei Beale Streeters, poi album live in duo negli anni ’70: scuola di fraseggio e interplay.
Dischi fondamentali (ascolto guidato)
La discografia di BB è corposa e variegata. Possiamo tuttavia selezionare almeno 4 dischi che ci aiutano a tratteggiare la magnificenza della sua carriera.
- Live at the Regal (1965) – Il manuale del blues moderno on stage (National Recording Registry).
- Completely Well (1969) – Include “The Thrill Is Gone”, produzione orchestrale che apre il blues al pop.
- Live in Cook County Jail (1971) – Crudo e comunicativo, il blues come reportage sociale.
- Riding with the King (2000, con Clapton) – Blues intergenerazionale, doppio platino e Grammy.
Perché Live at the Regal è un corso accelerato di blues

Il primo disco citato, “Live at the Regal” è considerato uno dei più grandi dischi blues di sempre.
Per dinamica, controllo della band, interazione col pubblico e call-and-response voce/chitarra, l’album è una “scuola guida” che molti pro ascoltano prima di salire sul palco. L’inclusione nel National Recording Registry ne certifica il valore storico.
Se dovessimo consigliare chi è diguino di blues di partire da qualcosa, suggeriremmo di partire da qui.
Premi e onorificenze
Oltre ai 15 GRAMMY (ultimo per One Kind Favor, 2009) e al Lifetime Achievement (1987), B.B. ha ricevuto la National Medal of Arts (1990), i Kennedy Center Honors (1995) e la Presidential Medal of Freedom (2006).
Eredità: cosa resta oggi del suo linguaggio
King ha portato il blues dai teatri e sale da ballo nelle zone rurali, ai grandi teatri e ai festival rock, trasformandosi in ambasciatore itinerante (centinaia di date l’anno per decenni) e creando un alfabeto del tocco imitato da Clapton, Peter Green, Jimmy Page, Mark Knopfler, John Mayer e molti altri.
Per la stampa generalista è “il ponte” che ha reso il blues comprensibile al mondo rock dagli anni ’60 in poi.
Per noi Guitar-Nauti? Un amore eterno e una risorsa inestimabile da cui attingere e lasciarsi ispirare.


C’è poco da commentare, ma c’è tanto da ascoltare ….. grazie Claudio per tutto questo sapere che ci trasmetti !!! 🙂
Angelo 1956 . Grazie Claudio anche da me, Sto formandomi per bene con i tuoi corsi. Viva il Blues. 🙂
Grazie per questo lavoro mosaico sulla vita di una delle piu grandi figure della musica blues e non solo
Grazie mille. La bio è molto dettagliata e scende nei dettagli della sua tecnica chitarristica e delle influenze musicali di BB King.
Apprezzatissima anche la discografia consigliata: ho sempre apprezzato “Riding with the king” con Eric Clapton, ma mi che piacesse ai chitarristi più esperti e ai tecnici del settore!
*ma mi chiedevo se piacess
** piacesse 🙂
Ho tutti i 45 e 33 giri di B.B. King, una musica veramente eccezionale, e mentre suonava accompagnava sempre la sua melodia con il dondolo della testa, una sua prerogativa.Eccezionaleeeee
Grazie per queste preziose informazioni su un grande della musica.