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di Filippo Vaglio

 

Cari Guitar-Nauti,

poteva mancare una serie di articoli dedicata al blues? Certamente no! E proprio per dimostrare che si tratta di un genere vivo e vegeto, abbiamo affidato il compito al giovane e talentuoso chitarrista blues Filippo Vaglio, che ci farà appassionare con pillole nello stile di varie leggende della chitarra, in questa rubrica “I got the blues”!


 

 

ERIC CLAPTON : VITA,
STRUMENTAZIONE
E STILE

 

 

Eric Clapton non è soltanto uno dei chitarristi più celebri di sempre, ma una vera e propria icona della chitarra blues e della musica mondiale. Con il suo stile unico, capace di fondere generi diversi con un’espressività senza eguali, ha segnato intere generazioni attraverso brani diventati immortali. Tra successi straordinari, momenti difficili e continue rinascite artistiche, Clapton ha costruito una carriera che ancora oggi continua a lasciare il segno nel panorama musicale internazionale.

 

 

 

BIOGRAFIA

Eric Clapton nasce il 30 marzo 1945 a Ripley, un piccolo paese dell’Inghilterra. La sua infanzia è piuttosto difficile: cresce infatti credendo che i nonni siano i suoi veri genitori, scoprendo solo più tardi che la donna che considerava sua sorella era in realtà sua madre.

Fin da ragazzo trova nella musica una via di fuga e si appassiona soprattutto al blues americano di artisti come B.B. King e Robert Johnson, che influenzeranno profondamente il suo stile chitarristico negli anni a venire.

 

Gli esordi

Tutto ha inizio nei primi anni ’60 con gli Yardbirds, dove un giovanissimo Eric si impone come il purista del blues per eccellenza. Il sodalizio con il gruppo però si rompe bruscamente non appena la band vira verso sonorità più commerciali. Clapton non accetta compromessi e si rifugia sotto l’ala protettiva di John Mayall nei Bluesbreakers. È in questa band che nasce il suo mito: con una Les Paul tra le mani e un volume assordante definisce lo standard della chitarra rock, spingendo i fan a scrivere sui muri di Londra Clapton is God.

 

Dal power trio al supergruppo

Tuttavia, il ruolo di semplice sideman gli sta stretto e nel 1966 decide di alzare la posta in gioco fondando i Cream. Insieme a Jack Bruce e Ginger Baker, Eric inventa il concetto di power trio, trasformando il blues in un’esperienza psichedelica fatta di assoli chilometrici.

La pressione per essere un dio e le liti feroci tra i compagni finiscono però per logorarlo e lo spingono a cercare una dimensione più spirituale e rilassata con i Blind Faith, il primo supergruppo della storia, che però si scioglie dopo un solo, leggendario album.

 

Gli anni tormentati

In cerca di anonimato e di un suono più radicato nelle tradizioni americane, Clapton si nasconde dietro lo pseudonimo di Derek and the Dominos. È il 1970, il punto più alto e doloroso della sua produzione: tormentato dall’amore per Pattie Boyd e influenzato dal genio di Duane Allman, incide Layla, un capolavoro simbolo della sua sofferenza.

Il peso del dolore e della pressione trascineranno da li a poco Eric nel baratro della dipendenza, allontanandolo dalle scene per anni.

 

Solista fino ad oggi

Il ritorno nel 1974 segna l’inizio della sua lunghissima attività come solista. Da quel momento, Clapton smette di cercare la protezione di una band per diventare il volto di sé stesso. Attraversa gli anni ’70 con l’album 461 Ocean Boulevard, cavalca le produzioni patinate degli anni ’80, e si riscopre gigante dell’acustica negli anni ’90 con il celebre Unplugged.

Oggi, la sua storia è quasi alla fine di un cerchio perfetto e riflette la vita di un artista che ha suonato con tutti – dai Beatles a B.B. King – ma che ha trovato la sua vera pace tornando a essere il ragazzo che vuole solo onorare i maestri del blues del Delta.

Eric si esibisce ancora regolarmente all’età di 81 anni nonostante diverse problematiche neurologiche causate da anni di abuso di alcool e droghe.

 

 

 

STRUMENTAZIONI

Andiamo ora ad analizzare le diverse strumentazioni che Eric Clapton ha utilizzato nel corso della sua lunga carriera.

 

Yardbirds (ottobre 1963 – marzo 1965)

Durante il suo periodo con gli Yarbirds, Eric ha utlizzato una Fender Telecaster in colorazione Fiesta Red degli anni ’60 collegata direttamente ad un Vox AC-30 (2×12) anch’esso di quegli anni.

 

John Mayall & The Bluesbrakers (aprile 1965 – estate 1966)

Nella band di Mayall Clapton ha utilizzato una Gibson Les Paul del 1960 in colorazione sunburst soprannominata Beano e una Gibson ES-335 del 1960 in colorazione cherry red collegate ad un Marshall JTM-45 (2×12) combo del 1965 che prenderà il soprannome di Bluesbraker.
Alcune fonti citano anche l’utilizzo di un Dallas Rangemaster Treble Booster.

 

Cream (luglio 1966 – novembre 1968)

Nel suo periodo con i Cream, Eric ha impiegato 3 diverse chitarre: Una Gibson Firebird I Reversed in colorazione sunburst degli anni ’60, la Gibson ES-335 sopracitata e infine una Gibson SG dipinta con motivi psichedelici del 1964 soprannominata The Fool.

Le chitarre venivano collegate a due Marshall full stack (4×12) JMP100 Super Lead. In un’intervista Clapton ha spiegato come uno dei due stack fosse sempre acceso, e come accendesse il secondo (100W) durante gli assoli.

A livello di pedali, durante questi 2 anni Eric ha utilizzato un Wah Vox Clyde-McCoy.

 

Blind Faith (1969)

Nel supergruppo capitanato da Steve Winwood, Clapton ha utilizzato la Gibson ES-335 del periodo Cream-Bluesbrakers ed è stato visto esibirsi imbracciando una particolare Fender Stratocaster-Telecaster ibrida equipaggiata con corpo Tele e manico Strato.

Le due chitarre venivano accoppiate all’immenso stack di Marshall che abbiamo descritto nell’era Cream.

 

Derek and The Dominos (1970 – 1971)

Durante il breve periodo con i Derek And The Dominos, Clapton ha utilizzato un rig relativamente semplice basato su una Fender Stratocaster del 1956 in colorazione sunburst collegata ad un amplificatore Fender Tweed Champ.

 

Anni ’70

Lo strumento simbolo di Eric Clapton durante questo periodo è senz’ombra di dubbio la Fender Stratocaster soprannominata Blackie. Blackie non è una chitarra di fabbrica, ma una “frankenstrat”.

Nel 1970, infatti, Clapton comprò sei Stratocaster vintage in un negozio a Nashville, ne regalò tre a George Harrison, Pete Townshend e Steve Winwood, e usò le parti migliori delle restanti tre per assemblare Blackie. Il corpo è di una Strat del ’56, il manico di una del ’57 e i pickup vennero selezionati tra i vari set disponibili.

Blackie fece la sua prima apparizione ufficiale al Rainbow Concert del 1973 e divenne la sua chitarra principale per i successivi quindici anni. Questa Stratocaster veniva accoppiata con amplificatori Fender Dual Showman e Music Man HD-130 Reverb.

 

Anni ’80

Durante questo decennio il rig di Clapton cambia ancora. Con il ritiro di Blackie nel 1985, Eric comincia a collaborare con Fender per produrre una chitarra signature. Il progetto va a buon fine e nasce così la prima chitarra signature mai prodotta da Fender. Clapton chiese ai liutai di replicare il feeling del manico di Blackie (profilo a “V”) ma con innovazioni moderne tra cui i Pickup Gold Lace Sensor che riducevano il ronzio (hum) e offrivano un suono molto pulito e compresso, tipico degli album August e Journeyman.

In questo periodo Eric introduce anche il Mid-Boost attivo, un circuito elettronico alimentato da una batteria da 9V che permetteva di spingere le medie frequenze fino a +25dB. Questo permetteva alla Stratocaster di suonare potente e grossa come una Gibson, ideale per i suoni distorti degli anni ’80.

Durante questo periodo Clapton comincia anche a collaborare con Soldano, impiegando un amplificatore SLO-100 e torna su Marshall che nel frattempo ha lanciato il modello JCM800.

 

Anni ’90 – Oggi

Dagli anni ’90 a oggi, la strumentazione di Eric Clapton ha subito un processo di raffinamento e ritorno alle origini, eliminando le innovazioni tecnologiche superflue degli anni ’80 per concentrarsi su un suono che lui stesso definisce più onesto e vicino al blues puro.

Dall’inizio degli anni ’90, tra l’altro, Clapton non utilizza più chitarre vintage (troppo preziose e fragili per i tour), ma si affida esclusivamente ai modelli costruiti per lui dal Fender Custom Shop.

A livello di pickup, nei primi anni ’90 Eric ha continuato a usare i Fender Lace Sensor Gold, per poi passare ai Fender Vintage Noiseless nel 2001. Questi pickup mantengono il timbro classico delle Strat anni ’50 ma eliminano il ronzio di fondo, permettendogli di ottenere suoni puliti molto cristallini.

Il circuito attivo da 25dB è rimasto il cuore del suo suono. Clapton lo usa come un acceleratore: lo tiene basso per i pezzi ritmici e lo alza al massimo per i soli.

Ad oggi a livello di amplificatori Clapton utilizza dei Fender Tweed modificati da Howard Dumble e dotati di coni da 10’’. Eric utilizza anche un Leslie speaker e un Dunlop Cry Baby Wah.

Gli anni 90 vedono anche il ritorno della Gibson ES-335 con l’album From The Cradle, in cui Clapton riprende le sue radici blues presentando un disco di cover di classici.

Non si può però parlare di Clapton dagli anni ’90 a oggi senza citare la chitarra acustica, che ha vissuto una seconda giovinezza dopo lo storico MTV Unplugged del 1992. In particolare Eric Utilizza delle Martin 000-42 e 000-28EC. A lui si deve il fatto di aver reso popolarissimo il formato 000 della Martin, piccolo e comodo. Non a caso il suo modello Signature Martin è uno dei più venduti al mondo.

 

 

 

STILE

Passiamo ora ad un’analisi dettagliata dello stile di Eric Clapton valutando le sue evoluzioni nel corso degli anni.

 

Anni ’60: l’esplosione e il Woman Tone

In questo decennio Eric è un innovatore rivoluzionario. Con i Bluesbreakers introduce un attacco feroce e un uso magistrale del sustain. La sua tecnica si basa su bending e un vibrato rapido e nervoso, ispirato da Freddie King.

Con i Cream, inventa il celebre Woman Tone: un suono ottenuto chiudendo completamente il potenziometro del tono sulla sua Gibson per tagliare le alte frequenze ed emulare un po’ una voce femminile.

In questi anni Clapton è veloce, fluido e spinge l’improvvisazione blues verso territori psichedelici.

 

Anni ’70: la dinamica e lo Slowhand

È il decennio del passaggio alla Fender Stratocaster. Lo stile si fa più asciutto, pulito e rilassato. Non cerca più il volume assordante, ma si concentra sulla dinamica del tocco: qui Eric impara a far “parlare” la chitarra.

In brani come Layla, esplora anche la tecnica slide (grazie all’influenza di Duane Allman), aggiungendo un fraseggio più lirico e vocale. Meno note, ma cariche di un peso specifico maggiore.

 

Anni ’80: potenza e compressione

Influenzato dalle produzioni pop-rock dell’epoca, il suo stile diventa più preciso e compresso. L’introduzione del circuito attivo sulla sua chitarra (il mid-boost) gli permette di ottenere un suono molto denso e saturo anche con la Stratocaster.

Gli assoli di questo periodo, come quello in Bad Love, sono caratterizzati da un sustain infinito e da una grinta tipica di quel periodo. È un Clapton molto tecnico, che sposa il fraseggio tipico del blues con un’estetica rock moderna e potente.

 

Anni ’90: il ritorno alle radici

Gli anni ’90 segnano una doppia rinascita. Da un lato c’è l’esplosione del suo stile acustico con l’album Unplugged, con un fraseggio delicato, basato su arpeggi blues e un uso sapiente delle dita, dall’altro, con l’album From the Cradle, torna al blues elettrico più crudo e viscerale.

Eric abbandona i fronzoli degli anni ’80 per riscoprire un suono sporco e diretto.

 

Anni 2000 – oggi: essenzialità

Nella fase finale della sua carriera, lo stile di Clapton è diventato pura economia di mezzi. Ha eliminato tutto ciò che era superfluo: oggi Eric suona meno note di quante ne suonasse a vent’anni, ma ognuna è posizionata con una saggezza magistrale.

Il suo stile attuale è un continuo call and response (botta e risposta) tra la voce e la chitarra. Il vibrato è diventato più ampio e calmo, e la sua capacità di citare i grandi maestri del passato (come Robert Johnson o B.B. King) è integrata in un linguaggio che è ormai una firma d’autore inconfondibile.

 

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UNA CURIOSITÀ: IL SOPRANNOME SLOWHAND

Il soprannome Slowhand (mano lenta) è uno dei più ironici della storia del rock: lungi dal descrivere una presunta lentezza tecnica, nacque proprio a causa dell’intensità con cui suonava Eric sul palco.

Durante i concerti con gli Yardbirds e con i Bluesbrakers, Clapton suonava con tale vigore da spezzare spesso le corde della chitarra; mentre le sostituiva rapidamente restando in scena, il pubblico iniziava un ritmato e ironico applauso a tempo lento (slow handclap) per ingannare l’attesa. Da qui, il manager della band, Giorgio Gomelsky, coniò il gioco di parole rifacendosi a quel tipo di applauso che caratterizzava quasi tutte le esibizioni di Clapton.

 

 

 

Al prossimo articolo!

 

Filippo Vaglio

 

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