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di Filippo Vaglio

 

Cari Guitar-Nauti,

Poteva mancare una serie di articoli dedicata al blues? Certamente no! E proprio per dimostrare che si tratta di un genere vivo e vegeto, abbiamo affidato il compito al giovane e talentuoso chitarrista blues Filippo Vaglio, che ci farà appassionare con pillole nello stile di varie leggende della chitarra, in questa rubrica “I got the blues”!


 

 

 

JOHN MAYER: TRA POP E BLUES

 

 

Nel vasto panorama del pop contemporaneo, fatto di suoni e produzioni digitali, la musica di John Mayer si distingue per un’anima profondamente radicata nel blues.
Senza mai abbandonare le sonorità accessibili del mainstream Mayer è riuscito a portare al grande pubblico l’intimità, la malinconia e l’espressività tipiche della tradizione blues.
Dai primi successi alle sue performances più famose, il suo stile racconta una storia che affonda le radici nei grandi del passato, reinterpretata con sensibilità moderna.

 

 

 

BIOGRAFIA

John Mayer nasce il 16 ottobre 1977 a Bridgeport, Connecticut, e fin da giovane sviluppa un’ossessione per la chitarra, scoperta a 13 anni dopo aver visto l’esibizione di Marty McFly nel film Ritorno al Futuro del 1985.
Folgorato dall’ascolto di Stevie Ray Vaughan in seguito alla fruizione di una cassetta regalatagli del suo vicino di casa, la sua passione per la musica cresce rapidamente, il giovane John passa ore a suonare imitando i grandi del blues, da Stevie passa a B.B. King, da King a Hendrix, e così via.
La sua dedizione lo porta a frequentare per breve tempo la Berklee College of Music, che abbandona presto per trasferirsi ad Atlanta e cercare fortuna come cantautore.

Nel 2001 esce il suo album d’esordio Room for Squares, un mix di pop acustico e testi introspettivi che conquista il pubblico grazie a brani come No Such Thing e Your Body Is a Wonderland. Due anni dopo arriva Heavier Things (2003), che conferma il suo successo commerciale e gli vale un Grammy Award.

Nonostante il successo, Mayer sente il bisogno di esplorare le sue radici blues. Così, nel 2005, forma il John Mayer Trio insieme al bassista Pino Palladino e al batterista Steve Jordan. Con loro pubblica l’album Try! (2005), un lavoro deciso e potente che mostra una faccia diversa del musicista: più sporca, più soul, più autenticamente legata al blues.

Il periodo con il Trio apre la strada a uno dei dischi più acclamati di Mayer, Continuum (2006), in cui riesce a fondere definitivamente le sue due anime: quella pop e quella blues. Brani come Gravity, Slow Dancing in a Burning Room e Vultures diventano veri e propri classici del suo repertorio.

Negli anni successivi John continua a sperimentare con i suoni e con la propria immagine. Con Battle Studies (2009) Mayer torna ad esplorare sonorità più morbide, mentre con Born and Raised (2012) e Paradise Valley (2013) la sua carriera prende un’inaspettata svolta verso il folk e il country, ispirato anche dal trasferimento in Montana e da un periodo di riflessione e isolamento.

Dopo una lunga pausa John torna nel 2017 con The Search for Everything, un disco maturo che mescola tutte le sfumature del suo percorso: pop, soul, blues e ballad romantiche.
Nel frattempo Mayer entra a far parte dei Dead & Company, la formazione che porta avanti l’eredità musicale dei Grateful Dead, confermando la sua versatilità come artista e la sua stima rivolta verso i grandi della musica, in particolare Jerry Garcia.

Nel 2021 John pubblica Sob Rock, un album ispirato alle sonorità anni ’80, tra synth, chorus e melodie soft rock tipiche di quegli anni.

Oggi John Mayer è riconosciuto non solo come uno dei chitarristi più influenti della sua generazione, ma anche come un artista estremamente poliedrico capace di dire la sua in ogni produzione, sempre rimanendo fedele a una profonda sensibilità musicale che affonda le radici nel blues ma che guarda con curiosità al futuro.

Andiamo ora ad analizzare una traccia per ogni album sopracitato per comprendere meglio l’influenza blues nel playing di Mayer.

 

 

 

ROOM FOR SQUARES: CITY LOVE

In City Love appena la chitarra prende la parola, l’atmosfera della canzone cambia: il suono si fa più caldo, più espressivo, e Mayer inizia a parlare un altro linguaggio. Il fraseggio è tipicamente blues, caratterizzato da un uso consapevole del silenzio e da double stops tipici dello stile di Jimi Hendrix. È un assolo costruito su poche note, ma scelte con cura, come si addice a chi ha studiato i grandi maestri del blues elettrico.
Anche il suono pulito, ma con un leggerissimo overdrive, caldo, rimanda alle sonorità pulite di grandi bluesman come Stevie Ray Vaughan.

 

HEAVIER THINGS: COME BACK TO BED

Questa ballad lenta mostra l’anima blues di Mayer in modo più evidente. La progressione armonica ricorda lo slow blues, e il solo di chitarra verso la fine è un’esplosione emotiva che richiama lo stile di B.B. King, con bending, vibrati larghi e una forte espressività.
Il suono di Mayer questa volta è più carico di drive, più distorto, chiuso, tipico di una posizione intermedia di una Stratocaster nel primo solo, e di un pickup al manico di una Stratocaster nel solo finale, di chiara ispirazione SRV.
L’aggiunta di suoni di tipico stampo blues come quelli di un ensemble di fiati in sottofondo, infine, conferiscono alla canzone un’atmosfera decisamente blueseggiante.

 

TRY!: WHO DID YOU THINK I WAS

Il solo di Who Did You Think I Was è sporco, diretto, viscerale. Mayer sfrutta tutto il vocabolario del Texas blues, con bending aggressivi, double stops, frasi sincopate e un uso esasperato del tono valvolare, pieno e dinamico. L’influenza di Stevie Ray Vaughan è evidente, ma Mayer non copia: riscrive a modo suo.
La bellezza di questo assolo sta nella sua energia grezza, è un assolo che “spinge”, che rischia, che quasi perde il controllo.
E poi c’è la band: Pino Palladino al basso e Steve Jordan alla batteria, cosa dire? Semplicemente inarrestabili.

 

CONTINUUM: IN REPAIR

Questa volta il solo non irrompe: arriva lentamente, come una conseguenza naturale dell’evoluzione del brano.
Mayer lo costruisce su un fraseggio pentatonico che profuma di soul-blues, usando con maestria bending profondi, vibrati larghi e pause espressive. È come se prima di ogni nota John si fermasse per far respirare la sua musica e la sua chitarra.
Dal punto di vista sonoro, l’assolo è puro tono Mayer: leggero overdrive, sustain controllato, dinamica sensibile.
È soprattutto nella scelta delle frasi che si sente il blues di John, il quale alterna sonorità maggiori ad altre minori con una maestria difficile, se non impossibile, da replicare.

 

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BATTLE STUDIES: ASSASSIN

A primo udito Assassin non ha nulla del classico blues. È un prodotto moderno, ricco di atmosfera, ma Mayer nell’anima è un chitarrista blues, e in questo solo si sente chiaramente il peso elegante dello stile di Albert King.
Come King, Mayer non ha bisogno di molte note per farsi sentire, ogni frase del solo è costruita con attenzione e feeling: bending larghi, profondi, fatti tirando più corde, sembrano quasi far urlare la sua chitarra. Qui John non corre mai: sta fermo, aspetta, lascia parlare lo spazio tra una nota e l’altra, proprio come faceva King nei suoi assoli più intensi.
Anche il suono qui utilizzato da Mayer è di chiara ispirazione Albert King, è saturo, fuori fase, proprio come quello della Flying V di King.

 

BORN AND RAISED: SOMETHING LIKE OLIVIA

Something Like Olivia si configura fin dalle prime note come una canzone orecchiabile, ironica, divertente, che come al solito nasconde un’innegabile anima blues.
Il solo, breve ma estremamente efficace, è ricco di bending e double stops, ed è un altro esempio di perfetta armonia nell’utilizzo della pentatonica maggiore e minore insieme.
Anche il testo della canzone è tipicamente blues, e presenta un John narratore che guarda da lontano una donna affascinante e apparentemente irraggiungibile.

 

PARADISE VALLEY: CALL ME THE BREEZE

Quando John Mayer sceglie di suonare Call Me the Breeze, non sta solo omaggiando un classico, sta facendo una dichiarazione d’appartenenza. In quel boogie-blues essenziale e inarrestabile di J.J. Cale, Mayer trova casa, e lo dimostra in ogni nota.
John sceglie una via tradizionale per reinterpretare il brano: toni caldi, chitarra gonfia, groove in levare, e tanto spazio per il fraseggio blues.
Nel solo John canalizza tutta l’eredità del Tulsa sound di Cale, con fraseggi blues fluidi, rilassati, ma precisi. Non c’è alcuna fretta, nessuna forzatura, in piano stile Cale.

 

THE SEARCH FOR EVERYTHING: HELPLESS

Qui Mayer si presenta nella nella sua versione più disinvolta, quella che ama il groove, il ritmo, il feeling, ma anche in questo caso, come sempre d’altronde, il blues è sotto la superficie, pronto ad emergere quando serve.
Fin dalle prime battute Helpless si muove tra funk e R&B, ma è nel solo che il gioco cambia: lì, per una trentina di secondi, entra in scena il blues con tutto il suo peso e la sua eleganza.
Il solo è breve, ma affilato. Mayer attacca con frasi pentatoniche “sporche”, giocate su bending espressivi e pause strategiche. Lo stile come al solito ricorda Albert King, Clapton e SRV, ma quella di Mayer è una sonorità filtrata attraverso una sensibilità moderna: tono saturo, dinamiche raffinate, controllo assoluto.
In questo brano c’è anche quel classico approccio Mayer: iniziare “piccolo”, con modestia, e poi espandere il fraseggio in modo narrativo, portando il solo a un piccolo climax emotivo prima di rientrare nel ritornello.

 

SOB ROCK: I GUESS I JUST FEEL LIKE

I Guess I Just Feel Like è un brano che, a prima vista, sembra più una ballata introspettiva che un pezzo blues, ma appena ci si addentra tra il tono della chitarra, la struttura armonica e il solo finale, si capisce che anche qui Mayer parla la sua lingua madre, il blues.
La chitarra entra con un tono caldo, distorto ma non aggressivo, e Mayer comincia a tessere frasi lente, piene d’intenzione, con bending larghi e silenzi che lasciano respirare la musica. Il fraseggio è puro blues: scala pentatonica, accenti irregolari, note non perfettamente intonate e via dicendo.
È in questo solo che Mayer dimostra quanto profondamente il blues sia parte del suo linguaggio emotivo, non è una citazione, non è un tributo, è il modo in cui lui si esprime davvero.

 

 

 

 

CONCLUSIONI

John può sembrare fuori posto, con il suo passato da popstar mainstream, in un mondo che spesso associa al blues leggende del passato, eppure, al di là delle apparenze e delle etichette, Mayer ha dimostrato negli anni di conoscere il linguaggio del blues, di saperlo rispettare e reinventare, mettendolo al servizio della sua scrittura, della sua chitarra e delle sue emozioni più vere.

 

PS: John è il mio chitarrista preferito 🙂

 

“I don’t think he even knows how good he really is.” – Eric Clapton

 

Al prossimo articolo!

 

 

Filippo Vaglio

 

 

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