OLDIES BUT GOLDIES
di Andrea Bonamigo
Cari Guitar-Nauti,
inizia la rubrica “Oldies but Goldies”!
La seconda nuova e prestigiosa collaborazione che vi presento è quella con Andrea Bonamigo, che definirei il nostro rigattiere e antiquario musicale di fiducia: ci racconterà infatti le meraviglie della strumentazione di nicchia del passato, dal vintage classico agli strumenti etnici non convenzionali. Io per primo sono curiosissimo di vedere cosa ci proporrà. Buona lettura! – Claudio.
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AMPLIFICATORI VINTAGE ITALIANI: GUIDA ALL’ACQUISTO
Ebbene: il vintage ti intriga. I mercatini dell’usato potrebbero quindi essere per te un naturale sviluppo, habitat naturale di occasioni ad opera di chi, magari, non sa cosa sta vendendo. A questo, somma la florida industria degli strumenti musicali che il nostro paese ha vissuto negli anni ’60 e ’70.
Tutto bello ai nostri occhi, sopraffatti dall’estetica d’altri tempi, ma con qualche insidia da non sottovalutare: sono infatti molte le primavere alle spalle di questi amplificatori, tra umidità e sbalzi di temperatura… Magari rimasti per anni nell’angolo di una cantina, o di una soffitta poco isolata. E il suono che cerchi? Come si comportano con gli effetti?
Con questo primo articolo cercheremo di districarci un po’ sul mondo dell’amplificazione vintage con un focus sulla manifattura italiana: i pro e i contro di progetti di quaranta/cinquanta anni fa che, doverosamente, vanno interpretati.

Il nostro paese ha avuto, in particolar modo negli anni ’60 e ’70, una scena rigogliosa di produttori: non è così raro imbattersi in marchi quali Davoli, Steelphon, Meazzi, FBT, Welson, Geloso, Corland… A fare capolino tra gli scaffali dei mercatini dell’usato. Analizziamo delle caratteristiche comuni alla manifattura di quegli anni:
L’AMPLIFICATORE “TUTTOFARE”
Una grande premessa va fatta sull’impiego di questi amplificatori: in quegli anni, spesso gli amplificatori venivano concepiti come dei “tuttofare” attraverso i quali far passare non solo la vostra chitarra, ma anche altri strumenti elettrici quali basso o organo, e per questo motivo è frequente la presenza di diversi ingressi che rispondono in maniera diversa in termini di timbrica sonora. Ingressi che permettono di amplificare contemporaneamente più strumenti, o almeno così venivano concepiti per le situazioni più affollate.
È qui che troviamo due facce piuttosto polarizzate dello stesso amplificatore: un ingresso solitamente acuto e secco per la chitarra, uno piuttosto scuro e cupo per basso e organi. Viene incontro l’equalizzatore – che non sempre ha un potenziometro dedicato alle medie frequenze – ma è giusto tenere a mente quanto questi due ingressi partano piuttosto “schierati”, timbricamente parlando.
“RIVERBERO CHE?” L’ERA DEL TREMOLO
Un’altra caratteristica di quel periodo storico è il tremolo, pressochè onnipresente. Il tremolo, anche per la sua semplicità costruttiva, lo troverete sempre al posto in cui siete soliti trovare il riverbero in amplificatori di più recente fattura, vuoi anche per le mode di quegli anni che spesso strizzavano l’occhio al surf e al beat, generi molto affini al tremolo.
Vuoi comunque un riverbero? Beh, dovrai pensare ad aggiungere un pedale alla tua catena di effetti.
L’ERA DEI FRIGORIFERI

Un altro aspetto da tenere in considerazione nell’acquisto del vintage è, spesso, di adeguato spazio a disposizione! Specialmente nei sistemi a testata + cassa, era piuttosto frequente imbattersi in dimensioni generose, riservando talvolta a un semplice altoparlante da 12 pollici lo stesso spazio che, oggigiorno, viene riservato a sistemi 4×10. Con buona pace dei roadie dei tempi…
Discorso simile applicabile ai combo. Questi ultimi non necessariamente ingombranti, ma con altoparlanti meno convenzionali come, ad esempio, due coni da 8 pollici nello spazio che oggi dedicheremmo a un cono da 12 pollici.
OVERDRIVE? NON VENIRE A CERCARLO QUI!
Doppio canale, clean e crunch/overdrive? Sì, ma qualche decennio dopo: la filosofia di questo tipo di amplificatori è quella del singolo canale, in cui la saturazione è un effetto collaterale del volume tirato al massimo. Non è infatti presente un potenziometro del gain, bensì uno del volume generico, che superando una soglia (più o meno generosa) inizia a distorcere. Questo porta, nella maggioranza dei casi, all’impossibilità di ottenere crunch e overdrive regolabili di volume, magari per contesti casalinghi o di studio. Non solo: ai tempi la saturazione non era un suono cercato di proposito, quindi non è nemmeno detto che lo stato di saturazione dell’ampli abbia una resa così gradevole, non essendoci stata una progettazione finalizzata a quel tipo di suono.
GLI ACCIACCHI DELL’ETÀ
Fateci caso: quando una chitarra vanta cinquant’anni alle spalle il prezzo si regola di conseguenza, ma non riscontriamo la stessa proporzionalità negli amplificatori, anche quando sono d’annata e d’interesse collezionistico. Questo è dovuto all’inevitabile deperibilità di certi componenti, che renderanno gli amplificatori meno efficienti (se non proprio instabili) senza un’adeguata revisione, che implica la sostituzione di componenti originari quali condensatori, potenziometri, alimentatori.

Già, la componentistica… Fondamentale, alla base, il lavoro di un tecnico molto rodato che sappia affrontare gli schemi elettrici quasi sempre introvabili di questi amplificatori. Un restauro base (sostituzione di vari condensatori elettrolitici e qualche potenziometro) può partire dai 50€ fino a raggiungere 150/200€, ma con alla base la consapevolezza di mani esperte che sappiano interpretare circuiti ad occhio, forti di una certa esperienza.
Dopo questi cinque punti – decisamente inclementi, ammettiamolo! – gli amplificatori vintage italiani ne sembrano uscire distrutti, sviliti. Ed è qui, nello spezzare qualche lancia a loro favore, che capiremo quanto determinato vintage sia una scelta fatta più di cuore che di testa. Lusinghe, quelle del vintage italiano, a cui chi scrive ha spesso ceduto negli anni, assieme a molti appassionati riuniti in vari forum e gruppi sparsi nei social e nel web.
Doveroso, nonostante qualche sentimentalismo, riconoscere degli innegabili punti forti di questi amplificatori:
ROBUSTI E GENEROSI
Complice il frequente sovradimensionamento, questi amplificatori vantano una certa robustezza che non vi farà temere ostacoli, strattonamenti, bottarelle. Sempre questo sovradimensionamento potrebbe essere molto ispirazionale per gli animi più geek, in cerca di qualche mod: all’interno di molti combo potreste trovare spazio a sufficienza per alloggiare comodamente un riverbero a molla o, persino, per speaker aggiuntivi. Mod facilitate da circuitazioni che, per quanto difficili da reperire nella loro interezza, presentano saldature larghe e su cui agire a occhio, senza la cura millimetrica che richiedono i moderni circuiti stampati.
A CACCIA DI (SUPER) AFFARI
Ammettiamolo, è qui che si fanno tra i più begli affari musicali ed è qui che sono arrivato a spendere 50€ per un combo valvolare o 28€ per un transistor da 60 watt: prezzi pazzi sopratutto se a venderveli è qualche figlio, nipote o pronipote che si è trovato tra le mani quella strana “cassa” impolverata durante qualche trasloco, o qualche cantina/soffitta di famiglia da svuotare. E tenete sempre conto di tutte le spese extra del caso di manutenzione e restauro dello strumento, specialmente in queste situazioni più volatili.
CONCLUSIONE
Questi amplificatori vanno sempre contestualizzati al loro periodo di riferimento: un periodo che, con tutte le ingenuità e le limitazioni del caso, godeva di una creatività e di un fervore – anche culturale – che oggi abbiamo spesso motivo di rimpiangere, quando si parla di musica e chitarre. Un periodo ricco di storie che hanno permesso di arrivare a molte delle standardizzazioni che oggi diamo per scontate, ma che sono state frutto di decenni di studi e selezioni. Già, a proposito: in alcuni amplificatori potreste addirittura sentire la mancanza dello scontatissimo jack da 6,3 pollici della vostra chitarra!
Eppure è proprio qui, specialmente se avvezzi a una certa manualità, che potreste divertirvi un sacco e trovare dei fidi muletti da lasciare in sala prove senza troppi timori, magari condivisi con altri musicisti, consapevoli di averci speso sopra poche centinaia di euro. Talvolta anche meno!
Puoi vedere un esempio diretto cliccando qui.
Andy Cale
La mia band: www.theselfishcales.com
Canale Youtube: www.youtube.com/c/AndyCale
La mia collezione: https://www.theselfishcales.com/galleria/andy-guitar-collection/
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