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Pochi giorni fa è successo qualcosa che sembrava praticamente impossibile: Ritchie Blackmore è tornato sul palco con i Deep Purple.

A oltre trent’anni dalla sua ultima apparizione con la band, non succedeva dal 1993, Blackmore ha imbracciato nuovamente la Stratocaster insieme ai suoi vecchi compagni per Smoke on the Water.

Un cerchio che finalmente si chiude e un piccolo-grande pezzo di storia del rock che ci ha dato il pretesto perfetto per rendere omaggio a uno dei chitarristi più importanti di sempre. E abbiamo deciso di farlo a modo nostro: andando a curiosare nella sua strumentazione.

Non un rig qualsiasi, però. Siamo tornati al 1972, all’epoca di quello che probabilmente rimane il documento definitivo dei Deep Purple dal vivo: Made in Japan.

 

Un rig molto più semplice di quanto si potrebbe pensare

 

Ascoltando il suono enorme di Blackmore su Highway Star, Child in Time, Lazy o Space Truckin’, ci si potrebbe aspettare una catena del segnale particolarmente elaborata.

In realtà, il principio era quasi l’opposto.

Il cuore era costituito da Fender Stratocaster, treble booster e Marshall Major, con pochissimo altro tra le mani di Blackmore e gli altoparlanti.

Ed è proprio questa semplicità a rendere interessante il suo setup: niente pedaliera piena di effetti, niente rack e niente sistemi complessi. Gran parte di quel suono nasceva dall’interazione tra pochi elementi portati a condizioni decisamente estreme.

 

La Stratocaster

 

La chitarra principale associata ai concerti giapponesi del 1972 era una Fender Stratocaster Sunburst del 1971, quindi uno strumento praticamente nuovo all’epoca delle registrazioni.

Blackmore era ormai passato alla Stratocaster dopo gli anni in cui aveva utilizzato anche la Gibson ES-335. La Strato sarebbe diventata da quel momento uno degli elementi più riconoscibili della sua immagine e, soprattutto, del suo modo di suonare.

Un particolare fondamentale era la tastiera scalloped, cioè scavata tra un tasto e l’altro. In questo modo il dito entra molto meno in contatto con il legno della tastiera, consentendo un controllo particolarmente sensibile della pressione sulla corda, dei bending e del vibrato.

Come sappiamo questo espediente verrà poi ripreso dal discepolo n°1 di Ritchie, ovvero lo svedese Yngwie Malmsteen.

Come seconda chitarra Blackmore disponeva inoltre di una Stratocaster nera, utilizzata solo in alcuni brani.

 

Il mistero del treble booster

 

Tra Stratocaster e amplificatore, troviamo uno degli ingredienti meno evidenti, ma più importanti del suono di Blackmore: il treble booster.

Ed è proprio qui che la ricostruzione storica diventa interessante.

Sappiamo che Blackmore utilizzava inizialmente gli Hornby-Skewes Treble Booster e che, a partire dal 1971, il tecnico Bill Hough realizzò per lui un custom silicon treble booster più dinamico e trasparente. Il Bill Hough Custom accompagnò Blackmore durante buona parte del periodo 1971-73.

Su quale dei due sia stato utilizzato precisamente nelle registrazioni di Made in Japan, però, le fonti non sono completamente concordi.

Alcune ricostruzioni attribuiscono a Made in Japan il Bill Hough Custom Booster; un’altra ricostruzione molto dettagliata sostiene invece che proprio in occasione dei concerti giapponesi Blackmore fosse temporaneamente tornato al suo precedente Hornby-Skewes al germanio.

A più di cinquant’anni di distanza è quindi difficile dare una risposta definitiva. Quello che non cambia è il principio: un treble booster sempre inserito tra Stratocaster e Marshall, fondamentale per aumentare l’attacco, modellare le frequenze e spingere l’ingresso dell’amplificatore.

Nella nostra infografica abbiamo rappresentato il Bill Hough Custom, considerandolo rappresentativo del setup di Blackmore di quel periodo, ma tenendo presente questa incertezza storica.

 

Marshall Major: 200 watt non erano abbastanza

 

L’altro protagonista assoluto era il Marshall Major, una testata valvolare da ben 200 watt, equipaggiata con quattro KT88 finali.

Ma per Blackmore nemmeno questo era sufficiente.

Marshall modificò i suoi amplificatori intervenendo sul circuito per ottenere ancora più potenza e gain, arrivando a valori che vengono generalmente indicati intorno ai 280 watt.

Numeri impressionanti anche oggi e ancora più estremi pensando a un palco dei primi anni Settanta.

Il Major veniva utilizzato a volume molto elevato. Una parte fondamentale della saturazione e della risposta dinamica che sentiamo in Made in Japan nasce quindi dall’amplificatore stesso, spinto dal treble booster e fatto lavorare a livelli che oggi sarebbero difficilmente proponibili nella maggior parte dei contesti live.

A completare il sistema c’erano i grandi cabinet Marshall 4×12, equipaggiati con altoparlanti Celestion G12H da 30 watt.

 

Anche corde e plettro contano

 

Blackmore utilizzava corde Picato Nickelwound, con una scalatura piuttosto particolare:

.010 – .011 – .014 – .026 – .036 – .042

Colpisce soprattutto la scelta delle prime tre corde, molto ravvicinate come diametro rispetto alle scalature moderne più comuni.

Anche il plettro era determinante per il suo suono: Blackmore preferiva plettri pesanti e rigidi, elemento tutt’altro che secondario per un chitarrista il cui suono dipende così tanto dall’attacco della nota.

 

Pochi ingredienti, ma utilizzati fino in fondo

 

È forse questa la cosa più interessante osservando oggi il rig di Made in Japan.

Non c’è un effetto segreto capace di spiegare quel suono.

C’è una Stratocaster, un treble booster, un amplificatore gigantesco spinto fortissimo, grandi cabinet 4×12 e, soprattutto, il controllo che Blackmore aveva di tutta questa catena attraverso le mani.

Un setup concettualmente semplicissimo, ma tutt’altro che semplice da replicare.

Nell’infografica abbiamo ricostruito i principali elementi della strumentazione utilizzata da Ritchie Blackmore nei concerti giapponesi dell’agosto 1972 da cui nacque Made in Japan.

Come sappiamo, nella lunga carriera di Ritchie, la sua strumentazione sarebbe poi cambiata continuamente e avrebbe aperto la porta a nuovi approcci e apparecchiature affacciatesi sul mercato. Basti pensare al guitar synthesizer GR 700 della Roland o ai più “cattivi” ampli ENGL utilizzati dagli anni 90.

Insomma, gli spunti di ricerca e approfondimento per il fan più incallito non mancano di certo, noi con questo articolo abbiamo voluto dare un’istantanea di quello che è forse il momento più alto e iconico del suono di Ritchie.