ROCK HISTORY
di Simone Savasta
Cari Guitar-Nauti,
torna “Rock History”!
Simone Savasta ci parla infatti della gloriosa storia del rock con un’attenzione particolare alla dimensione live: scopriremo tutte le curiosità legate ai grandi concerti che hanno segnato la storia, visti sia sotto l’aspetto strettamente musicale che, perché no, nel contesto socio-politico in cui si sono svolti. Sarà come esserci stati 🙂 Buona Lettura! – Claudio.
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ROCK HISTORY: BOB DYLAN E LA STRATOCASTER DI NEWPORT
di Simone Savasta
Uno dei più importanti festival dedicati alla musica popolare è sicuramente il Newport Folk Festival.
L’evento, dedicato completamente alla musica folk, si tiene annualmente – generalmente ai primi di agosto – negli Stati Uniti a Newport, Rhode Island, e fu fondato nel 1959 da Theodore Bikel, Oscar Brand, Pete Seeger e George Wein. Il festival nel corso degli anni ha sempre ospitato artisti folk, allargando il campo di attività musicale ad altri generi e, grazie a questa caratteristica, negli anni ’60 fu caratterizzato dal cosiddetto roots revival, un fenomeno che fece riscoprire le radici del blues attraverso i suoi grandi artisti. L’evento ebbe inoltre l’onore di lanciare musicisti che nel tempo sarebbero poi entrati tra le leggende della musica, come Joan Baez e Bob Dylan.

Proprio Dylan, volto protagonista del festival di Newport e più in generale della musica folk, è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi compositori e cantautori del XX secolo.
Robert Zimmerman (questo il suo nome originario, cambiato in Bob Dylan solo nel 1962) nacque il 24 maggio del 1941 a Duluth in Minnesota; fin da bambino Dylan dimostrò una fortissima personalità, infatti a soli 10 anni scappò di casa per andare a Chicago, patria del blues. A 15 anni iniziò la sua carriera da musicista suonando per i locali della zona con la sua band, i Golden Chords, iniziando a scoprire la musica di Hank Williams e di Bill Haley. Senza un soldo in tasca Dylan gira l’America suonando dove capita emulando il suo grande idolo e modello Woody Guthrie.
Lo stile di Dylan rispetto a quello dei suoi maestri appariva però molto diverso, meno “puro”, decisamente più contaminato dalle nuove sonorità che cominciavano ad affacciarsi sul panorama musicale americano, diventando in qualche modo il precursore di un nuovo genere: il folk rock. In particolare, poi, i suoi testi colpivano in profondità i cuori dei giovani ascoltatori poiché si sintonizzavano sulle tematiche care alla generazione che si preparava a fare il ’68. Poco amore, poco romanticismo consolatorio ma molta mestizia, amarezza e attenzione ai problemi sociali più scottanti.
La svolta nella vita del giovane menestrello arrivò quando fu chiamato ad aprire un concerto del bluesman John Lee Hooker al Gerde’s Folk City e la sua performance venne entusiasticamente recensita sulle pagine del New York Times. Nel 1961 Dylan incise il suo primo album, diventando in breve tempo una vera e propria star, tant’è che nel 1963 uscì l’album “The Freewheelin’ Bob Dylan” e nel 1964 “The Times They Are a-Changin’”.
Bob divenne ospite fisso del festival di Newport, ma nel ’64 avvenne l’incontro fatale che segnerà la sua partecipazione all’evento: quell’anno Dylan conobbe i Beatles.

L’incontro avvenne il 28 agosto 1964 al Delmonico Hotel di Manhattan a New York: nel 1964 i Beatles erano nella Grande Mela per un concerto benefico al Paramount Theater, agli sgoccioli del loro primo tour americano; l’incontro si tenne in una suite riservata dove il giornalista Al Aronowitz (1928-2005), amico di Bob Dylan, fece le presentazioni. Da quella stanza d’albergo sia l’uno che gli altri uscirono cambiati, e il primo a dimostrarlo fu proprio Dylan, che un anno dopo, nel 1965, salì sul palco del Newport Folk Festival non più con la sua solita chitarra acustica, ma imbracciando una chitarra elettrica, una Fender Stratocaster. Scelta che sarà accolta da fischi e insulti da parte dei fan e delle persone presenti. L’esibizione di quell’anno verrà apertamente rigettata dalla comunità folk, creando una frattura tra loro e Bob Dylan.
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Da quel momento però la presenza di strumenti elettrici nella sua musica divenne una costante, segnando una svolta nella carriera del celebre cantautore. Quello stesso anno Dylan pubblicò una delle canzoni più famose della sua intera produzione: “Like a Rolling Stone“, capolavoro che nel corso del tempo fu reinterpretato da vari artisti tra cui Jimi Hendrix, David Gilmour, i Rolling Stones e, in tempi più recenti, John Mayer.
Oltre a indagare le tematiche caratterizzanti di quei giorni, Dylan in questo pezzo unì la tradizione folk a sonorità decisamente più rock, che allontanarono una gran fetta del pubblico che lo aveva accompagnato per anni, facendogli acquisire però nuovi e numerosissimi fan; infatti, quando nel ’66, durante un concerto a Manchester, prima dell’inizio dello spettacolo un uomo dal pubblico urlò “Giuda!”, la risposta di Bob di certo non si fece attendere: “Bugiardo, non ti credo!”, e poi si girò verso gli Hawks, la band che lo accompagnava, esortandoli a suonare Like a Rolling Stone a tutto volume.
Da questi due eventi la figura di Dylan emerse come quella di un artista unico, capace di reinventarsi anche lasciando dietro di sé una parte del suo pubblico, ma acquisendone nel tempo molto di più.
La carriera di Dylan da quel momento in poi fu semplicemente incredibile, fatta di canzoni memorabili, concerti storici (come quello in onore del pontefice Giovanni Paolo II) e grandi collaborazioni, passando per il “Bob Dylan – The 30th Anniversary Concert Celebration” (1993) – un concerto in onore dell’artista nel quale si esibirono tutti nomi leggendari del rock americano e non, da Lou Reed a Stevie Wonder, da Eric Clapton a George Harrison e altri ancora – per arrivare fino alla discussissima assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016.
Questo è Dylan: impossibile da etichettare, una maschera enigmatica e sfuggente. Perché in fondo è così che sono i veri geni.
Simone Savasta
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