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di Cris Mantello

Cari Guitar-Nauti,

la chitarra e la musica country sono un mondo incredibilmente ricco e sfaccettato. Chi in Italia ce lo può raccontare meglio di Cris Mantello, che è un musicista di punta di questo genere e ne ha fatto una vera e propria ragione di carriera e di vita? Nella sua rubrica “Country & Western” ci parla di strumentazione, stile chitarristico, storia e, più in generale, cultura di questo genere così vasto e affascinante. Buona lettura! – Claudio.


 

 

STOMP THAT BOX!

L’EFFETTISTICA NEL ROCK’N’ROLL E NEL COUNTRY

 

 

Alcune delle frequently asked questions che mi sono state rivolte negli anni sono le seguenti:

  • Come posso ottenere il suono anni ’50?
  • Come si ottiene il twang?
  • Che pedali usi?
  • Che effetti usavano negli anni ’50?

Prima di dare risposte sparse, è necessario fare una premessa, rispondendo a queste tre domande:

  1. Perché il suono cosiddetto anni ’50 è interessante da replicare?
  2. Servono davvero degli effetti e, se sì, quali e come vanno utilizzati?
  3. Che cavolo è il twang?

I suoni di chitarra puliti degli anni ’50 (e ’60, aggiungerei), sono alla base dell’invenzione della musica contemporanea, quindi un po’ per nostalgia, ma anche per riconoscibilità immediata, sono spesso elementi fondamentali nel mix di un brano. Questi puliti ricchi di armoniche, rotondi a volte, taglienti da “bucare” il mix altre, sono parte del tool box di moltissimi chitarristi, dei quali hanno decretato il successo.

Quindi ricercarli è una cosa decisamente interessante.

Nella maggior parte dei casi, la combinazione chitarra-amplificatore è più che sufficiente, anche se l’aggiunta di qualche effetto a terra aiuta.

Partendo dal presupposto che il primo pedalino, ovvero il Maestro FZ-1 Fuzz Tone, è stato inventato nel 1962, e che la diffusione di questa categoria di articoli è esplosa a partire dalla seconda metà degli anni ‘60, un’analisi storica ci aiuta a capire cosa realmente usassero i nostri colleghi dell’epoca, dandoci la possibilità di ottenere lo stesso risultato (anche in modo più conveniente), con le odierne tecnologie.

Quando parliamo di twang, ci riferiamo ad un suono presente e squillante, a tratti nasale, centrato sulle frequenze medie, emesso da una sorgente (generica? Sì! Si usa il termine twang anche per la voce). Il picco si riscontra intorno ai 2khrz, ma è più ragionevolmente una serie di armoniche che pervadono un po’ tutto lo spettro.

Non basterebbe un solo articolo per parlare del twang e, probabilmente, in futuro lo farò. Per ora, parlando in soldoni, ti porto ad esempio il suono del pickup al ponte di una Telecaster, che puoi ottenere anche con altri strumenti, meglio se dotati di single coils (il P-90 per eccellenza) o di humbuckers stile ’59 PAF, ovvero pickup dal suono brillante con output moderato e parecchia dinamica.

Il twang lo crei principalmente tu, con il tuo modo di pizzicare le corde, che sia con plettro, thumbpick, dita o tecniche miste. Quindi è principalmente nelle dita, anche se la strumentazione corretta ti aiuterà allo scopo. In ultimo: il twang quando c’è lo senti, “buca il mix”, rende la chitarra uno strumento presente e protagonista, per questo è un suono molto ricercato.

Adesso affrontiamo qualche schema che ci illustra cosa usare e come, per ottenere alcune sonorità dal sapore veramente vintage, ma utili per noi oggi, assolutamente versatili nella loro personalità.

Ti proporrò delle soluzioni ad hoc, consigliandoti in calce anche alcuni prodotti particolarmente indicati allo scopo.

Voglio precisare che non passo le mie giornate né a provare effetti né, tantomeno, a vedere le recensioni sul tubo, quindi prendi i miei consigli per gli acquisti con le pinze, dato che sicuramente esistono molti altri articoli adeguati o migliori di quelli che ti propongo io, banalmente in base alla mia conoscenza diretta (se te lo dico è perché ce l’ho, l’ho avuto o l’ho provato) e in base al mio gusto personale (a Milano dicono 100 co’ 100 crap, 100 cü 200 ciapp).

 

Iniziamo con il suono rock&roll anni ’50, per intenderci, quello di Grady Martin, Joe Maphis, Eddie Cochran, Chuck Berry, Scotty Moore…

Lo schema che ti propongo è di una semplicità  disarmante.

 

CHITARRA————->TAPE ECHO————>AMPLIFICATORE  

 

Qui c’è un solo effetto: l’eco a nastro. Questo tipo di eco registra e riproduce in tempo reale su nastro magnetico (quello delle vecchie musicassette) quello che tu suoni, con una o più testine, determinando diverse figure ritmiche delle ripetizioni. Il tipico suono anni ’50 è caratterizzato dallo slap back, ovvero una singola ripetizione, molto presente, dagli 80 ai 130 millisecondi (la velocità varia in base al tuo gusto, io uso circa 120-130ms). L’importante è regolare l’effetto in modo che faccia una sola ripetizione (agire quindi sul feedback) e deve essere molto presente presente (mix intorno al 50%).

Perché proprio l’eco a nastro? Perché, dato il deterioramento del nastro stesso, produce anche un leggero effetto chorus; inoltre, avendo un suo stadio di preamplificazione (valvolare in alcuni modelli), dà quel bite in più al tuo suono. Quindi in realtà qui hai sì un’eco, ma anche un preamp e un po’ di chorus: all in one!

Esistono oggi unità di tape echo di tutti i formati e per tutte le tasche: dal pedalino, al modeler, al plugin, fino alle repliche più fedeli agli originali, che sono delle vere proprie unità “ammobiliate”.

Partendo da questi ultimi formati, il Fulltone (come quello in foto) è sorprendente per la fedeltà alle sonorità originali, caratterizzato da un pre a valvole e pochi controlli efficaci. 

Boss RE-2 o 202, riprendono l’iconico Roland RE 201 Space Echo, ormai difficile da trovare a prezzi “importanti”. Hanno mooooolte funzioni (anche troppe), ma sono versatili e di ottima qualità.

Moore produce il Reecho, prodotto super economico e veramente gradevole nella modalità analog (di cui parleremo più avanti), ma decisamente sgraziato come tape echo, a causa dell’emulazione del nastro deteriorato, troppo presente e non regolabile.

Stando nel mondo del DSP, Strymon El Capistan V2 risulta essere “Il Capitano”.

ATTENZIONE: è importante sapere che molto spesso l’eco veniva messo su tutto il mix, dal banco, non solo sulla chitarra!

 

Parliamo ora di un suono un po’ più complesso che definirei arbitrariamente Nashville.

Con questo nome voglio richiamare i suoni di tutti quei chitarristi, dagli anni ’60 ad oggi, che hanno creato la voce della chitarra country. Artisti come: James Burton (Rick Nelson, Elvis Presley, Emmylou Harris, John Denver…), Albert Lee (Emmylou Harris, Ricky Skaggs, Eric Clapton…), Roy Nichols (Lefty Frizzell, Merle Haggard, Johnny Cash…), Pete Anderson (Dwigth Yoakam), Brent Mason (Shania Twain, Alan Jackson, George Strait, Brooks and Dunn…), Brad Paisley. Parliamo quindi in generale di un suono che ha resistito nelle decadi, subendo le tendenze ed il fascino dell’evoluzione della music industry, mantenendo a livello core, le sue peculiarità.

È chiaro che per entrare in dettaglio dei suoni di ognuno di questi chitarristi servirebbe un’enciclopedia, ma quello che qui vorrei spiegarti è almeno la base di partenza per creare questo suono 100% americano, a cui tu potrai aggiungere il tuo gusto ed il tuo tocco, proprio come hanno fatto loro negli anni e in base alle esigenze degli artisti con cui hanno collaborato.

Il loro comune denominatore è proprio il twang di cui abbiamo parlato. Si tratta di una vera e propria costante nell’industria, caratteristica che questi grandi nomi, hanno sviluppato, portandola ad ulteriori livelli d’eccellenza.

Ecco un set up base:

 

COMPRESSOR———>OVERDRIVE——–>TREMOLO——->ECHO/DLY——–>REVERB

 

Iniziamo dal compressore. Io penso che per queste sonorità, il compressore sia fondamentale.

Mi spiego meglio. Se ne può fare a meno? Si, certamente (ho suonato 25 anni senza), ma un BEL compressore ci permette di avere un suono brillante e definito, senza sbavature su quelle frequenze che tendono a saturare o a perdere di definizione, come un Mi basso o un Re in drop D. Il compressore ci aiuta a tenere un livello ottimale anche quando strappiamo le corde nel chicken picking, a dare un sustain al nostro pulito, nei bending, nei brani lenti e a rendere più piacevole l’esecuzione “sotto le dita” nelle parti veloci e complesse. Considerando poi che oggi i volumi sono sempre più bassi, dare una botta di vita al nostro suono in ingresso, compenserà parzialmente tutte le problematiche che emergono con un ampli (peggio se valvolare) utilizzato al minimo.

Anche qui molti chitarristi tra quelli dell’elenco usano il compressore come da questo schema, altri invece si affidano alla postproduzione. Ti ricordo che in fase di mix puoi mettere tutti i compressori che vuoi, ma il suono della tua chitarra lo decidi a priori, in fase di ripresa. Io, ad esempio, decido se usare o meno il mio compressore prima di premere REC.

Qualche modello.

Io utilizzo un MXR Custom Comp. Volevo il Dyna Comp base, ma non era disponibile e mi serviva subito, quindi… Il Custom Comp è sostanzialmente un Dyna Comp con in più i controlli di attack e release all’interno del pedale. Come regolazione a me piace con l’output circa alle 14:00 e il livello di compressione circa alle 10:00, attacco e rilascio a metà. Il suono non risulta molto compresso, solo più vivo e definito; la funzione è più quella di un limiter che di un compressore vero e proprio. Così facendo puoi anche utilizzarlo come booster, azionandolo solo all’occorrenza.

L’MXR Dyna Comp è un pedale che ti consiglio, facile da usare e ben pensato per la chitarra. Ho provato personalmente le varie versioni, ma quello che più mi ha convinto (a parte il Custom Comp) è il modello base; le sue varianti non mi sono piaciute.

Un gran bel compressore è lo Strymon Compadre, più costoso ma con separate le funzioni di booster e compressore, che regoli e usi separatamente, dandoti due pedali in uno. È anche abbastanza immediato nell’utilizzo.

Mi piace molto anche il T-Rex Comp Nova, che rientra nella categoria compressori per chitarristi, ovvero mirati e di facile utilizzo.

Personalmente credo che troppi parametri siano più indicati per l’uso in studio. Live preferisco meno variabili ma più incisive sul suono.

 

Overdrive.

Ho detto overdrive, non distortion! Per le sonorità più moderne sentirai anche l’uso di molti lead, ma per quelle di cui mi voglio occupare qui, ovvero quelle fondamentali costanti nelle decadi, si sentono per lo più suoni puliti sotto anabolizzanti.

Puoi usare l’overdrive come booster, per dare un diverso timbro al tuo suono, per creare un light crunch tipico da ampli pulito alto, o per saturare proprio. Qui sta al tuo gusto e alle tue esigenze. Io ho un T-Rex Alberta, non so perché. L’Alberta è uno dei millemila derivati del Tube Screamer, con la differenza che questo suona anche meglio del verdino, con molta più versatilità, tanto da essere anche in studio di uno che, come me, non usa gli overdrive. 

Ti provo comunque a consigliare qualcosa.

Il T-Rex Alberta, per le ragioni di cui sopra. Ibanez TS-808 o TS-9, non il TS-9DX (gusto personale). Molto bello il Warm Audio Centavo, anche se sui “cloni” del Klon bisognerebbe aprire un fascicolo in procura. Se sei interessato ai suoni di Brad Paisley il suo Wampler è molto interessante e versatile. Infine il Boss OD-3 è secondo me un buon prodotto (anche se il vecchio OD-1 era un’altra cosa), ma occhio al tono che se lo apri tutto produce suoni extraterrestri.

Poi ne esiste una quantità tale che… ne saranno usciti altri dieci mentre sto scrivendo. Qui fidati delle tue orecchie, più che dei miei consigli!

 

Il Tremolo.

Quasi tutti i tremoli/vibrato che senti nei dischi degli anni passati sono quelli degli ampli. La maggior parte degli amplificatori usati per questo genere hanno un tremolo/vibrato built in. Inutile dire che se ce l’hai va benissimo così, altrimenti devi attrezzarti, dato che si usa TANTISSIMO!

Il tremolo banalmente alza e abbassa il volume, creando una forma d’onda sinusoidale, più o meno ampia. Un buon tremolo deve necessariamente avere intensità e profondità, che sono i parametri base della sinusoide. Utile anche il parametro che stabilisce la tipologia della sinusoide, ovvero se sarà più appuntita o squadrata, etc. Di base è un effetto abbastanza semplice su cui puoi anche risparmiare, se proprio devi.

Quindi se hai un budget ridotto per questo effetto ti consiglio il Mooer Trelicopter. Questo pedale ha un controllo di speed (quanto è rapida la sinusoide, in termini di tempo) uno di depth (quanto è profonda, cioè quanto si abbassa il volume) e uno, a mio parere inutile, di bias (ovvero di deterioramento del segnale) per farlo suonare male.

Sempre nella categoria “poca spesa tanta resa”, citerei il T.C. Eelectronic Choka Trem, onesto.

Salendo un po’ (ma ne vale la pena) ti consiglierei il Voodoo Lab Tremolo. La vecchia versione aveva solo due controlli ed era eccezionale. La versione corrente ne ha 4, ovvero: velocità, intensità, tipo di curva e un volume generale, che lo rende più versatile.

Il Boss TR-2 ha tutto ciò che serve.

Questi sono i pedali che vanno davanti al tuo ampli, ovvero collegati tra chitarra e amplificatore.

 

Se hai la mandata effetti, la tua catena frontale termina qui, poiché da ora andiamo in loop con gli ambienti.

La maggior parte degli ampli vintage, in senso stretto o lato, non hanno la mandata effetti, quindi devi necessariamente continuare a cablare la tua catena “a cascata”. Se invece hai un FX Loop, tutti gli ambienti (delay, echo e reverb) vanno lì. Queste due tipologie di cablaggio producono considerevoli cambiamenti nel tuo suono, soprattutto se usi le saturazioni dell’ampli. Per questo ti rimando ad altri articoli del canale, che ben si occupano di questa tematica.

 

Parliamo di echo.

L’eco a nastro è anche qui il benvenuto, tenendo però presente che 1) ha un suono molto particolare, che richiama molto gli anni ’50; 2) non ha un tempo di ripetizione molto lungo (almeno se si parla di analogico); 3) si porta con sé un po’ di effetto chorus/detune, dovuto al deterioramento (fisico o virtuale) del nastro. Una buona soluzione è di sicuro un analog echo, ovvero uno di quegli effetti anni ’70 che hanno la qualità di un eco moderno, ma un suono caldo e non digitale (analogico, appunto). L’eco è quell’effetto d’ambiente che non ti creerà mai grossi problemi, poiché non “litiga” con il riverbero di un locale. Mentre quando un riverbero va naturalmente ad aggiungersi al riverbero della sala dove suoni può creare nelle orecchie di chi sta in sala una sommatoria di frequenze indesiderate, l’eco no. Il problema si pone solo quando anche l’area dove suoni ha una sua eco, cosa abbastanza meno probabile. L’eco arricchisce il timbro e aiuta durante l’esecuzione, in base al modo in cui lo usi. 

Il mio consiglio è di crearti un paio di regolazioni (preset, se è programmabile), in modo da lasciarlo sempre inserito. Il primo potrà essere un eco corto, uno slap back o poco più, proprio per ingrossare il suono. Il secondo un eco un po’ più ampio, pensato per i brani lenti o per soli fortemente emozionali. Puoi trovare un compromesso sui parametri di mix e feedback e agire solo sulla velocità, oppure lavorare sul mix tra segnale dry e wet (spesso chiamato FX level). Sperimenta, divertiti!

Alcuni consigli:

Universal Audio Starlight Echo. Basta dire UA ed è tutto chiaro. Maestro Discovery, veramente bello con una pasta di suono notevole (visto che resta sempre on è importante!). Il migliore per rapporto qualità-prezzo. Strymon El Capistan, come sopra.

 

Chiudiamo con il riverbero.

Molti ampli già ce l’hanno, alcuni bello altri meno, o meglio: alcuni gestibile, altri meno. Il problema di molti riverberi a molla di stampo Fender è che a 2 non esistono, mentre a 3 fanno l’effetto cattedrale (di San Pietro, con tanto di Angelus domenicale).

Personalmente ho suonato sempre con un eco e il riverbero a zero (non avendolo), ultimamente ho iniziato a usare i riverberi degli ampli (ma ne ho solo due dotati di reverb), per poi rendermi conto che, a parte casi rari e generi in cui il riverbero è alla base del suono (come il surf ad esempio), in realtà a me serve poco. Dal vivo ogni locale ha un suo ambiente (solitamente brutto, a meno che non sia trattato acusticamente), se è pieno il riverbero viene attutito, altrimenti è troppo già di suo. In teatri, chiese, auditorium (ovvero quei posti pensati e progettati con un’acustica ragionata) il nostro riverbero non serve a nulla, basta quello naturale. In studio lo togli praticamente a prescindere.

Quindi è del tutto inutile?

Assolutamente no! Penso che, forse, serve più a noi che eseguiamo che a chi ascolta. Se noi abbiamo l’ampli a un metro, percepiamo principalmente (quasi esclusivamente) il nostro suono diretto, con poche interazioni ambientali, quindi un po’ di ambiente giova. In situazioni come: la sala prove, il palco piccolo con basso volume, è molto utile. Soprattutto se non si ha un eco/delay, l’ambiente ci aiuta ad essere molto più espressivi, facendo risultare il nostro playing più fruibile. Dico solo che va usato cum grano salis, altrimenti, se si esagera, rende tutto confuso e poco intellegibile (cosa che può succedere tranquillamente anche con l’eco).

Quindi alla fine della nostra catena un pizzico di riverbero, che servirà ad esaltare i sapori del nostro suono, non a coprirli, serve eccome.

Il riverbero a molla è decisamente il più adatto per la chitarra, ma anche macchine che creano riverberi ambientali in modo digitale, vanno molto bene (è qui che bisogna stare un po’ più attenti nell’utilizzo).

Alcuni pedali che ti posso consigliare sono i seguenti:

Il Danelectro Spring King, che ha proprio una molla al suo interno. L’Electro Harmonix Holy Grail. Lo Strymon Blue Sky, nel caso per te il riverbero sia un effetto imprescindibile.

 

Detto ciò, ci tengo a precisare che il tuo orecchio è colui che alla fine troverà la soluzione migliore per te. Questa è una breve review con consigli pratici su come ottenere una ben precisa tipologia di suono che, ad oggi, è usata, ripresa e diffusa in vari generi, non solo nel country e nel rock & roll, ma sta a te capire in che modo l’effettistica deve esaltare il tuo playing.

 

Ciao… ciao… ciao… ciao… ciao… ciao… ciao… ciao… ciao… ciao… ciao…

 

 

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Cris Mantello

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